La cannabis spaziale potrebbe essere il futuro, dice un ex astronauta
Parlando con Futurism, Chris Hadfield, astronauta canadese in pensione, ha discusso delle prospettive sull’uso di sostanze inebrianti nello spazio e sulla creazione di impianti produttivi a gravità zero in orbita che potrebbero produrre in massa cannabinoidi di qualità più pura rispetto a qualsiasi coltivazione sulla Terra.
Nonostante la spinta globale per legalizzare la pianta di cannabis e i suoi componenti, nello spazio non si sono mai fumate canne. Né tanto meno si è mai bevuto alcol. Tuttavia, con l’aumentare delle persone che visitano il vicinato del nostro pianeta, inclusi i turisti, l’uso ricreativo di certe sostanze potrebbe diventare accettato anche lassù in futuro.
Lo spazio è ancora troppo pericoloso per essere sballati
Nella sua intervista, Hadfield ha sottolineato che, nello stato attuale delle esplorazioni spaziali, è ancora troppo rischioso permettere agli astronauti di essere alterati da qualsiasi sostanza, sia essa alcol o cannabis. Chi va sulla stazione spaziale deve essere sempre al massimo della forma, e se per esempio scoppiasse un incendio, agirebbe come un vigile del fuoco. In qualsiasi altra emergenza, rappresenta anche l’ultima (e unica) linea di difesa.
Ma quando l’orbita terrestre sarà più popolata e le persone costruiranno stazioni più grandi e con sistemi di supporto vitale sempre migliori, avranno diritto di rilassarsi ogni tanto. Vorranno bere qualcosa, e probabilmente vorranno anche fumare un po’ di cannabis. Naturalmente tutto dipenderà dalle leggi, e accendere una canna sulla Stazione Spaziale Internazionale non sarà possibile finché la marijuana non sarà legalizzata a livello federale negli Stati Uniti.

Raccogliere tricomi nello spazio: l’ambizione di una startup
Il motivo per cui è stato chiesto all’ex astronauta di ipotizzare il futuro della cannabis come sostanza ricreativa sulle stazioni spaziali è che siede nel consiglio consultivo di BioHarvest, una startup biotech che ricerca la coltivazione di materiale vegetale, soprattutto per uso alimentare, in bioreattori a fluido.
BioHarvest lavora con la cannabis già da alcuni anni. Nel progettare la coltivazione di marijuana nello spazio, non pensano all’idroponica e tantomeno a vasi pieni di terra. Il loro piano è invece controllare solo la riproduzione delle cellule vegetali che producono cannabinoidi. In pratica, vogliono coltivare e raccogliere solo tricomi, nient’altro. E l’assenza di gravità potrebbe offrire vantaggi sufficienti a ottenere i campioni migliori e più puri mai visti.
La marijuana prodotta in bioreattore potrebbe ancora essere troppo costosa da trasportare sulla Terra per essere venduta nei negozi ricreativi, ma questo metodo innovativo può essere un modo economico per produrre in massa cannabinoidi minori e rari, alcuni dei quali potrebbero avere effetti terapeutici unici.
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